I MOMENTI CRUCIALI DELLA PANDEMIA RACCONTATI DAL PRIMARIO DELLA RIANIMAZIONE DEL «FAZZI» CHE LI HA VISSUTI IN TRINCEA

Anche se lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle è comunque utile ricordare che non è stato facile affrontare il Covid-19 in provincia di Lecce,

con le strutture sanitarie, le tecnologie e le terapie a disposizione nel marzo del 2020.

Abbiamo perciò invitato a parlarne il dr. Giuseppe Pulito, primario del "Vito Fazzi", che ha gestito insieme alla sua formidabile squadra, la pandemia presso il DEA del Fazzi.

Il dr. Pulito è il direttore del Servizio di Anestesia, Rianimazione  e Terapia del dolore dell'ospedale leccese, nonchè coordinatore dipartimentale dei servizi di anestesia degli altri ospedali della provincia di Lecce.

Parliamo di pandemia e dei momenti più drammatici. Quali sono stati i problemi più critici che avete dovuto affrontare e che vi hanno messo di fronte a prove molto dure?

Le criticità hanno riguardato soprattutto la mancanza di trattamenti terapeutici mirati per curare  pazienti che arrivavano con  gravissime insufficienze respiratorie o polmoniti devastanti. A Lecce l'urto della pandemia è arrivato un po' dopo e quindi abbiamo applicato le esperienze di altri ospedali in altre regioni, alla luce delle pubblicazioni internazionali che man mano venivano fuori.

Non avevamo molto.  Per questa pandemia i trattamenti erano molto limitati. Anche perchè ai pazienti che arrivavano in rianimazione erano stati già somministrati  quei pochi farmaci che funzionavano, come gli antivirali e i monoclonali.

Pazienti che avevano un’incapacità a respirare e venivano gestiti con una ventilazione non invasiva, poi intubati, quindi tenuti con ventilazione meccanica invasiva e poi trattati in base alle loro necessità. Trattavamo con l’eparina, facevamo degli anticoagulanti per evitare delle  trombosi venose, l'edema polmonare e quant’altro.

Questo all’inizio o sempre?

Sempre, ancora oggi i trattamenti si sono limitati esclusivamente a quelli della gestione delle vie respiratorie o cardiorespiratorie.

Sul fronte delle tecnologie avete avuto qualche supporto in più?

Abbiamo avuto un po’ di miglioramenti legati all’utilizzo dell’ecografia polmonare. Alcuni colleghi, grazie agli ecografi di ultima generazione, hanno potuto gestire meglio le letture polmonari. Significa che non avevamo più la necessità di portare ogni volta i pazienti a fare la Tac. Potevamo gestirli con la valutazione al letto dell’ammalato. E poi abbiamo sempre utilizzato tutte le metodiche di rianimazione emodinamiche.  Abbiamo avuto un aiuto notevole anche dalla direzione che ci ha supportato nelle richieste di apparecchiature,  tipo l'emogasanalisi , i ventilatori , l' emodinamica e quant'altro.  

Quali sono stati i momenti più cruciali?

I momenti più tremendi sono stati l’affluenza di pazienti gravi di terapia intensiva; nell’ultimo periodo sempre più giovani. In una giornata arrivavano 8-9 richieste di ricovero d’urgenza; tutte persone gravissime. Un numero di pazienti sproporzionato rispetto al numero di medici che avevamo. Il personale non era sufficiente a far fronte a tutte le richieste cliniche dell’emergenza.      In alcuni giorni critici, a gennaio, febbraio e marzo, non avevamo un numero sufficiente di sanitari per l'assistenza.

Quanti eravate nei momenti critici e quanti siete adesso?

Limitiamoci al solo Dea, con tutti pazienti Covid in rianimazione. La disponibilità massima era di 30 pazienti gravi  e potevamo arrivare a 32.

Avevo 3 medici per turno, (su tre turni – mattina, pomeriggio e notte) che sono pochissimi . Ci sarebbe voluta una quantità di medici doppi per seguire assiduamente questi pazienti. Da considerare che uno di quei 3 medici di turno veniva spesso chiamato in urgenza al pronto soccorso e si sganciava dall’equipe. Per far fronte alle emergenze si faceva quello che si poteva.

Durante  i giorni cruciali avete visto morire tanta, forse troppa gente?

Beh, in effetti la mortalità è stata molto alta , da calcoli fatti risulta circa il 60% dei pazienti ricoverati.

Più alta rispetto ad altre realtà?

Ma no, le altre realtà vanno verificate anche con numeri esatti. Quando dico 60% mi riferisco a una stima grossolana, grezza. Avevamo pazienti che magari avevano un ictus, un infarto  i quali, anche senza covid, sarebbero comunque deceduti.  Ma essendo positivi al covid fanno statistica. Parlando di Puglia e del nord Puglia, le realtà di mortalità vanno dal 50 al 60% .

Durante l’intera pandemia quanti pazienti avete trattato in regime di ricovero?

Escludendo la prima ondata, da ottobre a oggi abbiamo avuto circa 350 ricoveri. Nella prima ondata circa un terzo, 90 - 100. In totale circa 450 pazienti.  Da ottobre a giugno abbiamo avuto un rimbalzo molto alto. In questi ultimi 8-9 mesi abbiamo avuto quasi 350-360 ricoveri con una mortalità di circa il 60%. Molti sono stati dimessi e molti trasferiti in strutture pneumologiche.

La mortalità purtroppo è stata molto alta perché la malattia era grave e  i pazienti, anziani o giovani, con i polmoni devastati. Il 40% che sono sopravvissuti o sono stati dimessi o si sono negativizzati e una parte sono stati inviati verso strutture meno intensive per un lento recupero clinico.

E' importante in  questi momenti avere i nervi saldi e saper gestire le proprie emozioni?

Beh era tutta gente addestrata , ho avuto un’equipe di professionisti di alto livello che hanno imparato a gestire questi pazienti in maniera adeguata.

All’inizio avevamo difficoltà anche a comunicare con i parenti. Un aspetto molto grave. C'erano pazienti che arrivavano da noi e dopo un mese e anche più  andavano incontro al decesso. Purtroppo il parente non poteva vederlo e le informazioni venivano date in modo rapido. In pochi minuti dovevano cogliere quelle poche parole che venivano dette dal medico. Anche dare 30 informazioni  giornaliere, mattina e pomeriggio, non è stato semplice. Anche il doversi dedicare ai rapporti con i parenti porta via del tempo. Questa disumanizzazione della malattia, specialmente all'inizio, è stata una cosa drammatica. Anche queste sono criticità. Poi per fortuna è entrata in vigore una normativa che ci permetteva di fare entrare i parenti e che è stato un aiuto anche per i pazienti stessi .

Qual'è oggi la situazione operativa della rianimazione?

Stiamo uscendo dalla pandemia, abbiamo recuperato un po' di forze mediche e adesso ci stiamo concentrando sulle patologie di tipo NON COVID, che sono tantissime.

 Oggi la rianimazione non Convid (al Fazzi, non al Dea) è  completamente piena. Dovrebbero essere massimo 15 pazienti ma abbiamo dovuto disporre un 16° posto.

Adesso c'è un aumento notevole delle richieste di posti in rianimazione per pazienti gravi , sia post-operatori, sia dal Pronto Soccorso. Questo è dovuto al notevole aumento della traumatologia e alla richiesta di interventi chirurgici di pazienti gravi che non sono stati operati prima, perchè non riuscivano a trovare lo spazio.

Quanti pazienti Covid sono ricoverati attualmente? 

Per il momento non ne abbiamo, siamo a zero. Ma abbiamo dovuto preparare una squadra di medici in standby che, se dovesse esserci una riacutizzazione, vengono immediatamente spostati.

Di quanti medici dispone adesso?

E' importante la richiesta, non il totale dei medici. Su 16 pazienti non Covid ho 2 turni di guardia, di cui 1 è quello in standby, di pronto impiego per andare al Dea. Poi ho altri 3 turni di guardia per le sale operatorie e per le emergenze di Ostetricia. Per l'emergenza al Fazzi  c'è bisogno di 30 medici.  Ci sono, ma siamo in difficoltà perchè abbiamo dovuto soddisfare le richieste di altri ospedali della provincia. Poi ci sono le ferie del personale che ha bisogno di stare con la propria famiglia.

Durante il periodo critico della pandemia, dove andavano i pazienti non Covid che avevano bisogno della rianimazione?

Alla Rianimazione del Fazzi, dove abbiamo tenuto disponibili 10 posti letto non Covid. Per lavorare con un numero adeguato dovrebbero esserci 70 - 75 medici anestesisti tra Fazzi e Dea.  Attualmente posso disporre di 45, con i quali dobbiamo organizzarci.

Come avete vissuto questa fase critica tornando a casa in famiglia? 

Le prime volte la mia famiglia temeva che io mi portassi a casa il virus. Poi informandosi, con la tv,  sui giornali, hanno compreso la sicurezza del lavoro che svolgiamo.

Qualcuno dei sanitari si è preso il Covid?

Solo l'anno scorso, nella prima ondata. Attualmente grazie alla vaccinazione, siamo riusciti a non avere nessun tipo di infezione. Da tenere presente che nella zona della rianimazione giravano circa 20 medici, 70 infermieri e 10 Oss. Dopo gennaio, quando abbiamo fatto tutti la vaccinazione, nonostante i tamponi fatti con periodicità, nessuno si è positivizzato. Questo è segno di professionalità e di trattamento clinico adeguato.

Vi considerate degli eroi?

Siamo dei sanitari che prestano servizio alla gente e che nella fase drammatica  hanno svolto un servizio per la gente che stava male.

Il nostro lavoro di rianimatori ci chiama a dover gestire situazioni difficili. Tutti noi abbiamo un unico obiettivo da raggiungere: salvare il paziente. Tutte persone professionali, capaci di resistere in situazioni di stress psico-fisico. Basti pensare che fra questi ragazzi non ho avuto episodi di malattia; nessuno si è ammalato. Parliamo di gente attaccata alla propria missione,  coesa come squadra e sicuramente  encomiabile.