Biotestamento. Gli interventi di T. Fiore (anestesista) - E. Lecaldano (Filosofia Morale) e A. Spagnolo (Istituto Bioetica).

Interventi di tre illustri relatori che hanno arricchito il Convegno sul Biotestamento (legge 219 del 22.12.2017) che l’Ordine dei Medici di Lecce ha tenuto il 9 giugno scorso all’Hotel Leone di  Messapia.

 

Salute Salento riporta uno stralcio significativo dei loro interventi.

 

TOMMASO FIORE   professore di Anestesia e Rianimazione all’università di Bari

«Sottolineo che in molti punti di questa legge c’è uno spazio per gli Ordini dei medici. Nella vita concreta, di fronte a questa normativa, i medici hanno bisogno di aiuto, di interpretazione corretta. L’Ordine deve essere accanto al professionista che si trova di fronte a una sigla, a una difficoltà che non è soltanto interpretativa, ma applicativa della normativa. E’ naturale che ci vorranno degli anni. I medici però, devono essere informati prima e devono avere un sufficiente aiuto da parte degli Ordini. Tra l’altro agli Ordini farebbe molto bene occuparsi in modo strutturale di argomenti come questo e non solo in occasione di convegni».

Il dr. Fiore vede un grande spazio per l’Ordine dei medici pechè si organizzi per dare chiavi di lettura e per contribuire all’esercizio quotidiano di questo delicatissimo compito di composizione del rapporto medico paziente e quindi per ridurre l’asimmetria.

Fiore punta la lente sull’art. 2 della legge, « quando dice … nei casi di paziente con prognosi infausta, il medico deve astenersi….. dai trattamenti ostinati. Questo è un punto delicato perché coinvolge la futilità dell’intervento».

E il professore di Anestesia tira in ballo i Comitati Etici delle strutture sanitarie, «.. che si occupano quasi sempre di sperimentazione medica….. ma devono intervenire – sostiene - anche sulla futilità delle cure, che oggi è un problema  grosso. Il trattamento della parte finale del malato oncologico è usato come esempio di futilità costosa. In Puglia l’ultima settimana di trattamento dei pazienti oncologici costa mediamente 30mila euro. E l’uso di farmaci biologici ad altissimo costo è diffusissimo come tecnica palliativa terminale».

 

EUGENIO LECALDANO    prof essore emerito di Filosofia Morale all’università La Sapienza di Roma

Professore, le sue conoscenze riguardano anche questa delicata materia. Come valuta questa legge?

«Io ho fatto parte del Consiglio Nazionale di Bioetica e ho operato per molti decenni sulla Bioetica e quindi ho seguito lo sviluppo della materia in Italia.  

La legge che il parlamento, anche se con qualche incoerenza, ha approvato a dicembre dopo moltissimi decenni, mi sembra che sia complessivamente importante perchè rappresenta una possibilità di affrontare queste situazioni con un minimo di consapevolezza.   

Mi sembra che siamo tutti contro l’accanimento. Però il punto importante è di vedere questa legge non semplicemente come un’indicazione tesa ad evitare l’accanimento (che tra l’altro  è anche una nozione non sempre chiara). La legge prende atto che le persone umane o le persone che stanno morendo, hanno una serie di diritti, come poter rifiutare le cure, di poter chiedere di sospendere il trattamento e di accompagnare con la sedazione profonda. Nelle cure entrano anche l’alimentazione e l’idratazione artificiale. Questo mi sembra che sia importante perchè dà la possibilità di affrontare in maniera libera l’evento morte.

Io sono un essere umano vecchio quindi ho problemi relativamente a come avvicinarmi alla morte. Perciò è importante per me la disponibilità di una legge che mi rende un po’ più responsabile e libero nei confronti della morte». 

ANTONIO SPAGNOLO, direttore Istituto di Bioetica dell’università Cattolica Sacro Cuore - Roma

Direttore Spagnolo, trova giusto che il paziente possa dare  disposizioni molto tempo prima per una situazione che al momento non conosce?

«Infatti è la criticità che sottolineo nel mio intervento. La preoccupazione dei cittadini di NON essere sottoposti ad accanimento terapeutico è giusta. Però questa paura deve essere coperta, come è stato fino ad adesso. Il Codice Deontologico impone già al medico di non fare accanimento terapeutico. Quindi di fatto la domanda che dobbiamo farci è: “Avevamo bisogno di questa legge?” Non potevamo utilizzare quello che la deontologia mette a disposizione? Ossia,   coinvolgere il paziente e la famiglia nelle decisioni e nelle scelte finali. Una cosa che noi al Gemelli facciamo da tempo. Quindi la legge in realtà non aggiunge qualcosa di nuovo rispetto al passato».

Lei pensa che questa legge abbia ridotto l’ autonomia del medico?  

«Apparentemente sembrerebbe di sì. In alcuni passi c’è scritto che .. se il paziente chiede un trattamento e il medico lo fa, in questo caso è esente da responsabilità.

A ben guardare invece ci sono diversi punti che a mio avviso potrebbero esprimere un aumento della responsabilità del medico. Laddove si dice, per esempio, che il paziente NON può chiedere tre cose che siano: contro la legge, contro la deontologia e contro la buona pratica clinica. Di fronte a queste tre cose, il medico che NON dà attuazione a quello che chiede il paziente è legittimato a NON farlo sostenuto dalla stessa legge.

Le disposizioni anticipate dei trattamenti, le DAT , presentano aspetti critici per tanti motivi.

Noi abbiamo l’esperienza al Gemelli di pazienti che portano un foglio indicando le DAT. Quando si va a leggere ci si rende conto che non aiuta per niente. Sono DAT generiche che fanno pensare che il paziente non sapesse di cosa si trattava.

Negli USA, dove le DAT esistono da 30 anni, l’analisi che è stata fatta è che hanno fallito, non hanno portato a quel beneficio sperato.

Intanto in Usa solo il 18% fa le DAT e poi scrive cose del tutto generiche. E tra quelli che hanno fatto le DAT, nel 65% dei casi le tiene nel cassetto e nessuno ne conosce l’esistenza. Forse le DAT non sono lo strumento migliore».