La legge sul Biotestamento nei giudizi dei medici della Asl che vivono in «trincea» l’angoscia delle situazioni più difficili.

Continua la serie di interviste che Salute Salento ha fatto ad alcuni medici presenti al Convegno sul Biotestamento che si è svolto il 9 giugno scorso all’Hotel Leone di Messapia.

 Fernando Lupo -   primario del reparto di Neuroradiologia del “Vito Fazzi”.

 

Dottore Lupo, lei spesso si trova di fronte a casi di fine vita. Cosa passa per la sua mente in quei momenti? Quali riflessioni alla luce di questa legge?

«Oggi io sono qua al convegno per una serie di considerazioni. Io mi occupo non soltanto di diagnostica ma anche di terapia. Terapia mininvasiva, che in buona sostanza diventa un atto chirurgico. E come chirurgo bisogna avere il consenso informato. Che non è il consenso generico, che magari si adotta nel somministrare un farmaco al paziente durante un esame diagnostico. Si tratta veramente di fare un intervento che può cambiargli la vita. La vita stessa viene messa in discussione perché il caso può essere molto delicato e ad altissimo rischio. Quindi praticamente il problema del consenso informato diventa un atto dovuto, sia nei confronti del paziente ma anche della stessa società.  

Facciamo un esempio. Un paziente arriva con le sue gambe, non in urgenza, con una malformazione vascolare cerebrale. Una malformazione che magari lasciarla lì, esposta a qualsiasi rischio di emorragia cerebrale, può essere fatale.  In quel caso si prospetta al paziente il problema e si propone appunto di fare un intervento.

A quel punto il paziente sa bene di essere entrato con le proprie gambe e che potrebbe uscirsene dalla sala angiografica con problemi di neurologia abbastanza seri e complessi che si proiettano nel suo futuro.  E’ giusto che il paziente prenda coscienza appieno della sua patologia e che quindi dia il suo consenso.

Un consenso frutto di un ragionamento di questo tipo: “Va bene, io decido di correre il rischio mettendo a repentaglio quello che attualmente ho, pur di salvarmi successivamente».

Sta dicendo, dottore Lupo, che molte di queste prestazioni nel suo lavoro sono frutto di un compromesso? Di una valutazione sul rapporto costo/beneficio?

«Il rischio deve valere la candela. Se il costo è molto elevato a quel punto ci si astiene. Un buon chirurgo è quello che sa astenersi dal fare gli interventi e sceglie la via della conservazione».

Quindi quasi sempre il paziente firma un consenso ad alta probabilità di riuscita?

«Certo, o quanto meno che ha deciso dopo che io tecnico gli ho prospettato tutte le variabili in gioco. E lui sarà anche confortato dal parere dei parenti e dei vicini. Molto spesso una persona in queste condizioni non è in grado di decidere da sola».

Cosa pensa dell’accanimento terapeutico e dei costi inutili nel fine vita?

«Quotidianamente noi siamo di fronte a scelte che riguardano questi casi.  Trovarsi di fronte a un ictus in fase acuta, un paziente ischemico con un tumore per esempio. A questo punto che facciamo? Il problema è, lasciamo perdere o andiamo avanti? Attualmente esistono una serie di tecnologie con le quali gli stessi tumori possono essere trattati. Ma anche il trattamento del tumore può comportare dei rischi, come anche può portare a delle spese inutili e allungare una vita che noi tecnici sappiamo già in partenza che non può essere migliorata e diventerebbe un accanimento terapeutico. Questo punto è un altro risvolto della medicina moderna che ha grossi mezzi ma purtroppo non può risvegliare il paziente».

 

Assunta Tornesello,  primario del reparto di Onco-ematologia pediatrica del “Vito Fazzi”. 

«Noi riteniamo che questo convegno organizzato a Lecce per riflettere sulla legge sul Biotestamento sia una pietra miliare nella storia del rapporto medico-paziente. Un rapporto che viene rivisitato, rivisto e riqualificato. E’ importante quindi parlarne perché la volontà del paziente passa attraverso il sapere del medico e ritorna alla volontà del paziente. Per fare questo passaggio è importante che tutti siamo preparati, sia il paziente, ma anche i medici».

Quindi anche un bisogno di chiarezza nelle finalità del convegno?

«Assolutamente sì, perché le leggi per esser applicate devono essere comprese e conosciute e quindi garantire l’applicazione».

Non è facile garantire un’applicazione della legge omogenea e diffusa

«Noi riteniamo che questo sia solo un primo passo. Faremo una serie di incontri successivi, con i pazienti, con le associazioni, con i medici. Capillarmente, con i medici ospedalieri e del territorio, perché pensiamo che su questa legge bisogna leggerla e riflettere. Gli appuntamenti prevedono dei focus sui vari aspetti poco chiari della legge, che sono tanti».

 

Giuseppe Pulito primario del reparto di Anestesia e Rianimazione del “Vito Fazzi”. 

Nel suo reparto dottore Pulito arrivano pazienti che non si sa se ce la faranno o meno. In questi casi quali sono le procedure che guidano il rianimatore

«Parliamo dei pazienti che ormai sono in una situazione di fine vita. Per fine vita si intende che nel paziente si sono verificati degli eventi che non sono più recuperabili dal punto di vista clinico e sanitario e quindi tutto quello che noi facciamo diventa un “accanimento”, un lavoro clinico di recupero del paziente senza obiettivi sanitari, perchè ormai la situazione è di pre-morienza. In queste condizioni io penso che bisogna avere anche la capacità di riuscire a controllare quelli che sono i desideri clinici del medico. Ossia di curare e cercare di salvare o di sanare il paziente e anche di farlo soffrire meno possibile. L’obiettivo comunque è anche di cercare di ottenere un risultato che riguarda la “buona morte” , diciamo il fine vita, mediante un certo tipo di trapasso. Ci sono dei casi nei quali il paziente non è più un paziente ma diventa un pre-moriente che ha necessità di essere accompagnato in questo trapasso».

A volte lei si trova nella necessità di dover chiedere il consenso ai parenti?

«Certo, noi abbiamo anche un doppio impegno. Da una parte quello dell’accompagnamento alla buona morte che dicevo prima. Un altro aspetto è invece la possibilità di ottenere da quel decesso degli organi per altri pazienti, in grave pericolo di vita anche loro e che possono riprendere a vivere. Un atto di donazione che è un altro impegno che consiste nel riuscire ad individuare il paziente che ha la possibilità di essere di aiuto ad altri pazienti.  Con gli stessi organi dare la vita a giovani di 17- 20 anni che magari hanno un insufficienza cardiaca, epatica o renale».